Ugo Foscolo

Niccolò Ugo Foscolo (6 febbraio 177810 settembre 1827), nacque a Zante da Diamantina Spathis e Andrea Foscolo (chirurgo di Vascello e dal 1874 direttore dell’ospedale di Spalato).

Lasciò l’isola natale, con i fratelli minori, nel 1974, per raggiungere la madre a Venezia.

Venezia apparve a Ugo, come una vera patria, ricca di vita intellettuale, fervida di novità e generosa si insospettate occasioni; gli offrì, nello spazio di pochi anni, curiosità ed entusiasmo letterario, facile successo amoroso con la bellissima contessa Isabella Teotocchi.

La contessa amava circondarsi di uomini di lettere: Ippolito Nievo volle chiamarla Temira, dal nome dell’eroina del “Tempio di Gnido” di Montesquieu, e con quel nome, Foscolo la ricorderà nell’abbozzo “Sesto tomo dell’io”, quale esperta introduttrice ai misteri dell’amore e attenta, allo stesso tempo, nel non lasciarsi intrappolare in una passione troppo esclusiva.

Arrivarono i primi successi letterari, prima il poemetto “La giustizia e la pietà”, commissionatogli per celebrare il reggente di Chioggia, poi la tragedia ”Trieste” (rappresentata per la prima volta nel 1797). Altro piccolo trionfo è l’ode “A Bonaparte liberatore”, pubblicata nel maggio 1797 a spese della città di Bologna, dove si era rifugiato , per prevenire possibili reazioni dell’Inquisizione veneziana.

Una breve traccia-programma stesa nel 1796, ed intitolata “Piano di studi” ci conferma la serietà degli interessi politici, oltre che letterari, che animavano il Foscolo.

L’estate del 1797, vide la caduta della Repubblica di San Marco, e il ritorno di Foscolo a Venezia, dove assume la carica di segretario della Municipalità, riprende le sue esortazioni con l’ode “Ai novelli repubblicani” « contro il furore della licenza prima motrice di tirannia », composta proprio nell’ottobre in cui Napoleone Bonaparte cedeva Venezia all’Austria nel Trattato di Campoformio.

Questo “tradimento” costrinse Foscolo a rifugiarsi a Milano, chiedendo la cittadinanza della Repubblica Cisalpina. Ottenne l’incarico di redigere le relazioni dell’Assemblea legislativa sul “Monitore Italiano”, soppresso dopo pochi mesi. S’invaghì senza fortuna di Teresa Pichler, moglie di Vincenzo Monti, e fu spinto persino ad un tentativo di suicidio. Parte per Bologna, forse anche per sfuggire a quel ricordo, dove trova impiego in tribunale, collabora al “Monitore Bolognese” e al “Genio Democratico”, pubblica un’opera di ampio respiro: “Ultime lettere di Jacopo Ortis”.

L’esercito austro-russo invase l’Italia settentrionale, e lui si arruolò come ufficiale, combattendo a Cento, alla Trebbia, a Novi, a Genova assediata. La disgrazia sopravvenuta ad una bella signora, gli ispirò “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”. Continuò a combattere al Forte Due Fratelli e al Colle della Coronata, seguì il generale Pino in Toscana.

Tra il 1801 e il 1802, a Milano, esegue il rifacimento di “Ultime lettere di Jacopo Ortis” e dove è sottoposto alla violentissima passione per Antonietta Fagnani Arese, di cui rimane a testimonianza “All’amica risanata” e un fremente epistolario.

Altri lavori lo impegnano, l’abbozzo di un romanzo autobiografico, l’orazione per il congresso di Lione, gli otto “Sonetti” (pubblicati nel 1802), il commento alla “Chioma di Berenice”.

Disavventure finanziarie lo obbligano a seguire la divisione italiana destinata a sbarcare in Gran Bretagna. Nella Francia del nord, incominciò a studiare l’inglese, tradusse il “Viaggio sentimentale” di Lorenzo Sterne. Lì, conobbe e rese madre, Fanny Emeritt.

Nel 1806 potè ritornare a Milano, dove, un intento di critica al governo, gli ispirò “Dei sepolcri”. Si insediò alla cattedra di eloquenza all’Università di Pavia, con l’orazione inaugurale “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”. Il suo non allineamento con i potenti, gli fece perdere l’insegnamento, a questo si unirono altri problemi, il mancato matrimonio con Franceschina Giovio, lo scontro con il Monti, il fiasco dell’”Aiace”, inducendolo a ritirarsi a Firenze (1812). Nel 1813 pubblico la traduzione “Viaggio sentimentale di Yorick” e la “Notizia intorno a Didimo Chierico” oltre ad una terza tragedia, la “Ricciarda”, e il carme “Le Grazie”.

Il crollo del regime napoleonico, avvenne mentre Foscolo si trovava a Milano, tornatovi nel (1813), dopo la battaglia di Lipsia. Il governo austriaco si mostrò benevolo, offrendogli la direzione di una rivista letteraria, ma sulla tranquillità economica, prevalse l’avversione alla dominazione straniera.

A fine marzo 1815, poco prima del giuramento di fedeltà al nuovo re, abbandonò Milano, per la Svizzera, fermandosi a Zurigo, dove scrisse una nuova edizione delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. Nel settembre 1816, lasciò la Svizzera per l’Inghilterra.

In quel frangente, la sua opera principale, fu di critico, piuttosto che di poeta, coi quattro “Saggi sopra il Petrarca” (1821), col commento alla “Divina Commedia” (1825).

Una serie di avversità, con l’accumularsi dei debiti ed una poco oculata amministrazione, lo portarono ad una grave malattia, fino alla morte avvenuta a Turnham Green presso Londra.



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